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Questo è un blog sui generis... Non è un diario e le cose scritte non seguono alcun ordine cronologico. Non si occupa di cronaca o di critica, non contiene links a sostegno ci ciò che vi è pubblicato. E' un occhio verso un interno, ma in questo interno ci sono solo specchi che riflettono, rifrangono e deformano quello che ricevano attraverso una specie di foro stenopeico. Si può leggere come si vuole, quindi, nell'ordine che si preferisce, visto che l'autore non fornisce alcun ordine precostituito.
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19 dicembre 2011
Prospettiva

| inviato da NanniMalpicaNote il 19/12/2011 alle 18:16 | |
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7 dicembre 2011
EPIGENETICA
Il dna non contiene il programma che specifica come siamo fatti, è piuttosto una banca dati a cui la cellula attinge per estrarne le informazioni di cui ha bisogno per elaborarle e risolvere i problemi a cui va incontro durante la sua esistenza nell’ambiente in cui si trova a operare e in base agli stimoli che le vengono dalle cellule vicine.
Non che non sia importante: le due cose sono così strettamente legate che non è possibile sostituire il nucleo di una cellula con quello di un altra, come si vorrebbe fare nella clonazione interspecifica, per esempio inserendo il dna di un mammut estratto da una carcassa trovata congelata in Siberia, nell’ovocita di un’elefantessa. Perché la cellula si aspetta di trovare le informazioni che cerca in punti specifici, se non le trova non è in grado di elaborarle.
Ma in nessun punto del dna è specificato come debba essere fatta la cellula perché non è necessario, ci viene fornita al momento del concepimento e discende direttamente dalle primissime cellule, nate per assemblaggio di diversi componenti nelle ere oscure del brodo primordiale. Si è evoluta per conto suo ed è persino in grado di funzionare senza l’apporto del suo nucleo, in circostanze particolari come nelle fasi iniziali del nostro sviluppo, quando il dna è completamente silenziato.
Ad esempio la membrana cellulare di ogni cellula contiene dei recettori specifici per determinate sostanze, siano esse neurotramettitori, ormoni o persino quelle particolari sostanze che ordinano alla cellula di morire se è necessario che muoia. Le informazioni per produrre questi recettori sono nel dna, ma in questo sono presenti le informazioni per tutti i recettori utilizzati da tutte le cellule di un determinato organismo; poi ogni tipo di cellula produce e usa i suoi recettori e non altri. Come segnali per stabilire il proprio comportamento in base al modo in cui è programmata. O meglio: in base al modo in cui si è autoprogrammata man mano che le sue ascendenti si trasformavano, divisione dopo divisione, da cellule staminali a cellule somatiche di un tipo definito. In base all’ambiente in cui questo processo si è svolto.
| inviato da NanniMalpicaNote il 7/12/2011 alle 8:54 | |
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26 novembre 2011
Un nuovo libro
Ho trascurato per troppo tempo questo blog, eppure cose da scrivere ne avrei avute. Dovrò sforzarmi e tornare a metterci mano..
Nel frattempo segnalo che ho pubblicato un nuovo libro, stavolta non autoprodotto.
Si tratta di "Svegliarsi dal coma nel giorno di Ognissanti", per l'editore Calliope. È una raccolta di racconti, per lo più orrorifici ma anche di altri generi. È già ordinabile sulla maggior parte delle case editrici online.
| inviato da NanniMalpicaNote il 26/11/2011 alle 7:31 | |
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2 marzo 2011
Turismo Spaziale
Con Obama c’è una rivoluzione in corso nel campo dei voli spaziali. La NASA, almeno per quanto riguarda quelli orbitali e suborbitali, non progetterà più i suoi veicoli, commissionandone poi la realizzazione ai privati indicando loro esattamente le specifiche che intende ottenere. Si limiterò invece a indicare gli obiettivi che i veicoli dovranno raggiungere, la quantità di massa che deve essere messa in orbita e l’altezza da raggiungere, e il prezzo che intende pagare, saranno poi i privati a scegliere i progetti migliori per lo scopo richiesto, e a realizzarli.
Si prevede che questo debba portare ad un netto abbassamento dei prezzi. Sono parecchie le aziende che si stanno cimentando nel settore e molte, curiosamente, sono fondate da persone che si sono fatte le ossa (e di solito un mucchio di soldi) su internet. L’inventore di PayPall, per esempio, o il fondatore di Amazon.com.
E’ chiaro tuttavia che non potrà essere la sola NASA il committente. Certo, ci sarà la necessità di mettere in orbita satelliti commerciali, come quelli per le telecomunicazioni, ma questo è ormai un lavoro di routine. Quale potrà essere il motore della prossima ondata di voli spaziali?
Uno potrebbe essere la realizzazione di materiali innovativi producibili solo in condizioni di microgravità, non si sa quali potrebbero essere perché, al momento, i prezzi sono talmente alti da scoraggiare qualsiasi ipotesi di ricerca nel campo, però, se i costi scendessero in maniera considerevole se ne potrebbe parlare.
L’altro motore è il puro e semplice turismo spaziale. Il turismo spaziale già esiste, la Russia ha staccato, a tutt’oggi, otto biglietti per la stazione orbitale internazionale (ISS), i prezzi si sono aggirati tra i trenta e i cinquanta milioni di dollari. Cifre decisamente troppo alte per le tasche del viaggiatore medio ma, se si riuscisse a ridurre il prezzo anche solo ad un milione di dollari a biglietto si calcola che ci siano centinaia di persone disposte a pagarlo.
Senza contare l’industria della dispersione nello spazio delle ceneri dei defunti. Si potrebbero fondere i due settori bruciando direttamente in orbita un po’ di multimilionari -il rischio c’è- favorendo così la ridistribuzione delle loro ricchezze, ma questa è un’idea un po’ maligna.
E’ comunque in fase di progettazione una stazione orbitale orientata principalmente al turismo, i cui primi pezzi dovrebbero essere lanciati entro tre o quattro anni.
Certo, stare rinchiusi per qualche giorno in una specie di sottomarino solo per sperimentare l’assenza (quasi) di gravità, e magari poter guardare un po’ la terra dall’alto, sembra ancora una prospettiva solo relativamente interessante, ma è il primo passo verso mete più affascinanti, come i monti della luce eterna sulla luna, con le cime sempre illuminate dal sole anche nelle notti più buie, oppure la valle Marineris su Marte, rispetto alla quale il Grand Canyon è una crepa nel fango.
Gente, questo è il futuro. Cominciate a mettere da parte i soldini.
| inviato da NanniMalpicaNote il 2/3/2011 alle 4:52 | |
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28 gennaio 2011
Racconto
All’inizio fu solo uno sfarfallio tra l’esistenza e la non esistenza. Come le particelle elementari che si creano a miriadi dal nulla, ogni infinitesimo di istante, per poi nel nulla ritornare. Qualcosa fece pendere la bilancia verso l’essere, trasformando quel particolare infinitesimo di istante in un intervallo di tempo misurabile. Allora fu un grumo senza forma né connotazioni, ma poteva percepire. Percepì schemi e fu uno schema, percepì tendenze e fu una tendenza, percepì desideri e fu un desiderio. Percepì la vita e la desiderò: si stava evolvendo.
Il ragazzo venne lungo il marciapiede. Aveva compiuto quel giorno diciassette anni, i suoi amici -i suoi cosiddetti amici- tutti più grandi di lui, avevano pensato bene di portarlo in un bordello, perché era ancora vergine. Lui li aveva lasciato fare, pieno di una sensazione che non riusciva a definire se fosse di voglia o ripulsa, o di tutte e due le cose mescolate insieme. Davanti alla soglia del bordello si era ribellato, era scappato via. Sentiva che non era così che dovevano andare le cose. Che ci dovesse essere... non sapeva cosa, se l’avesse saputo avrebbe detto poesia. Gli avevano dato del finocchio, ridendo, ma lui non lo era.
Sulla strada si era imbattuto nella cosa, poco più di una sorta di vescica traslucida ai confini della luce di un lampione. Gli era sembrato lo chiamasse, alla cosa era sembrato che fosse lui a chiamarla. Crebbe, da vescica divenne una colonna appena luminosa, da colonna una figura femminile. Lui la guardò sbalordito, una giovane donna della sua età vestita di veli, un volto infantile dalle grandi labbra carnose, di una bellezza da fermare il battito del cuore. -Chi sei? -chiese.
-Sono la cosa più bella che tu abbia mai visto -rispose la figura femminile e, senza che si fosse percepito alcun movimento, gli fu accanto.
Lo abbraccio e sembrò penetrarlo con le unghie dritte e aguzze, con i denti affilati.
-E sono anche la cosa più bella che tu avrai mai avuto modo di vedere -concluse.
Il ragazzo sentì dolore, poi torpore e una sensazione di languido piacere lo invase, mentre tutto sfumava. Fu un orgasmo sognante ma totale, perché tutto fluì da lui senza lasciare niente dietro di sé.
La Cosa, a sua volta, sentì il piacere della vita che, come l’acqua in vasi comunicanti, scorreva da dove ce n’era molta a dove non ce n’era affatto. Ma non aveva un fondo che potesse trattenerla.
Presto tutto finì, ma la cosa non era sazia, non poteva esserlo. Non lo sarebbe stata mai.
| inviato da NanniMalpicaNote il 28/1/2011 alle 15:37 | |
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12 gennaio 2011
Il Volo
L’aria era limpida, la notte senza luna ma illuminata dalle stelle e dalla Via Lattea ben visibile a metà del cielo. Il terreno, giù in basso, era ondulato e interrotto da profondi valloni. La telecamera ad amplificazione di fotoni sfalsava i colori, come se qualcuno avesse aggiunto dei contorni a pennarello dove una forma avrebbe dovuto sfumare nell’altra.
Il drone volava alto, e il suo operatore, in una stanza sotterranea ai confini tra Stati Uniti e Canada, volava con lui. Impostò una scivolata d’ala inclinandosi fin quasi alla verticale e virando verso ovest, gli apparvero delle montagne altissime, come denti che si stagliavano contro un cielo lattiginoso. Era un universo alieno e libero, fatto di spazi immensi e di distanze che si potevano annullare in un attimo, solo premendo il pulsante della visione telescopica.
Impennò il drone in una cabrata, evitò di completare il loop per evitare che i suoi superiori, riguardando i dati della missione, potessero rimproverargliero; qualche manovra poteva essere giustificata dalla necessità di verificare l’efficienza del mezzo, ma non doveva esagerare. Andò in stallo, poi scivolò in avanti sfruttando la gravità per accelerare, con la propulsione al minimo. Gli parve di sentire il vuoto allo stomaco che avrebbe provato se fosse stato fisicamente sul velivolo.
Sotto di lui comparve la forma di un grosso uccello notturno, probabilmente un gufo che inseguiva conigli sulla neve. Agli infrarossi appariva verde contro lo sfondo chiarissimo del suolo. Lo salutò con un augurio mentale di buone caccia, poi virò verso le montagne, imboccando una stretta gola attraversata da un torrente le cui acque limpide e fredde l’operatore poteva solo immaginare. Ora stava volando davvero basso e gli occorreva tutta la concentrazione possibile per evitare eventuali ostacoli. Non si preoccupava che qualcuno potesse accorgersi di lui, la gola doveva essere molto buia, lui poteva vedere, ma gli altri non potevano vedere lui, silenzioso e furtivo com’era. Due pareti di roccia sparivano verso l’alto, individuò una strada e richiamò, sul visore, la mappa dell’area che stava attraversando: era perfettamente in rotta.
Apparvero delle case, poi un piccolo villaggio abbarbicato sulle pareti della gola, che si era allargata e addolcita come se un tempo lì ci fosse stato un lago. L’infrarosso non mostrava nessuno in giro e, d’altra parte, con il freddo della notte era difficile che qualcuno fosse fuori di casa. Le uniche macchie di colore verdastro erano date da alcuni capi di bestiame in un recinto. Capre, naturalmente
. Oltrepassò il villaggio e raggiunse il suo obbiettivo, una casa non diversa dalle altre ma isolata, le girò intorno, le finestre erano riparate da assi di legno, i muri fatti di pietra.
Mirò contro una delle finestre e lasciò partire un paio di missili, simili, per forma e dimensioni, a contenitori per singoli sigari cubani; attraversarono una delle finestre e si videro dei lampi.
Il drone fece un altro giro, stavolta inquadrò la porta di ingresso e il missile lanciato fu parecchio più grosso, l’esplosione più violenta. Si impennò per evitare una possibile reazione da terra. Non ce ne fu, nel villaggio nulla si muoveva. Probabilmente ora tutti erano svegli, ma si stringevano nelle loro coperte, sapendo che l’unica cosa da fare, in questi casi, era restare immobili e pregare.
Ripassò sul bersaglio, il tetto della casa era crollato, anzi, era stato in gran parte proiettato verso l’esterno. La casa era ora molto calda, per il suo visore a infrarossi, una chiazza verde brillante, come se un fuoco atomico stesse divorando l’edificio. Il visore ad amplificazione di fotoni invece funzionava meglio, e mostrava quello che doveva essere stato un ambiente unico e alcuni corpi, due più grandi e due più piccoli. Una coppia con due bambini.
Controllò ancora il piano della missione. No, non aveva sbagliato: era proprio quello il bersaglio, non potevano esserci dubbi. D’altra parte lui che ci poteva fare? Non era nemmeno un militare, solo un impiegato civile della Cia, e quelli, se avessero potuto, avrebbero fatto lo stesso con lui e con la sua famiglia.
Se l’avesse avuta. Prese quota il più rapidamente possibile e si diresse verso l’uscita della gola. Impostò la rotta di ritorno e poi chiese ad alta voce se ci fosse qualcuno disposto a riportare il drone alla base. Due file davanti a lui, nell’immenso ufficio open space, una voce gli rispose di aver rilevato il controllo.
Si alzò, premette i pugni a lato della spina dorsale piegandosi ad arco e sentì una serie di vertebre che scrocchiavano, poi andò a farsi una birra al bar dello spaccio.
Di cattivo umore.
| inviato da NanniMalpicaNote il 12/1/2011 alle 8:11 | |
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9 novembre 2010
Raconto
Era cominciato tutto una ventina di giorni prima, almeno che Aldo ricordasse, qualcosa doveva essere stato visibile anche in precedenza, ma non ci aveva fatto molto caso. Fino ad allora.
Il suo mestiere erano le previsioni del tempo, non uno di quelli che vanno in televisione a spiegare alla gente se pioverà o meno: Aldo faceva il lavoro oscuro, immetteva i dati nel computer, man mano che arrivavano dai vari sensori e dai satelliti, poi ne seguiva l’evoluzione variando un parametro qui o un parametro là, a seconda di cosa era considerato statisticamente più probabile; e di cosa gli diceva la sua esperienza, anche.
Il suo fiuto. Il suo fiuto godeva di grande considerazione, nell’ambiente.
E, quel giorno, il suo fiuto avvertì subito che c’era qualcosa di strano. Chiamò un collega e gli disse di dare un’occhiata. Ora non ricordava più nemmeno chi fosse, però ricordava molto bene la loro conversazione
-Ma quelle sono cartine a ventun giorni! -Gli aveva detto il collega- E’ come guardare in una sfera di cristallo... Non servono a niente.
-Lo so -aveva replicato lui- ma guardale lo stesso. Guarda qui.
In effetti le cartine erano una diversa dall’altra, ciascuna era frutto dell’elaborazione di diverse ipotesi. In una, tanto per dire, sull’Italia c’era tempo bello e sole, in un’altra pioveva quasi ovunque e faceva freddo ma, in tutte, c’era... quello.
-Beh, e che ci trovi di strano? Il vento soffia quasi perpendicolare, direttamente attraverso la Mesa a ridosso delle coste spagnole... Sotto vento si forma una depressione. Succede spessissimo.
-Si, ma guarda quest’altra cartina. Qui non ci sono venti da nord-nord-ovest, solo dell’aria calda che rimonta dall’Africa e incontra una perturbazione entrata attraverso lo stretto di Gibilterra. Eppure la perturbazione c’è, uguale.
-Un’altra situazione tipica -aveva ribattuto il collega, leggermente annoiato. Allora lui gli aveva sciorinato, una dopo l’altra, tutte le cartine ipotetiche, anche quelle più irrazionali ed improbabili; in tutte la depressione c’era. A volte un po’ più piccola, se non appena accennata, a volte tanto grande da interessare l’intero Mediterraneo occidentale, a volte più profonda, altre meno, con il suo centro spostato di poche decine di chilometri ad est oppure ad ovest come a sud o a nord, ma sempre più o meno nello spazio compreso tra le Baleari, Gibilterra e la costa Africana.
-Diabolico -commentò il collega prima di dargli una pacca sulle spalle ed avviarsi al suo posto di lavoro.
Diabolico.
Qualche giorno dopo si trovò a fare da cicerone ad una scolaresca, in visita al centro previsionale dell’aeronautica. Uno dei ragazzi vide, su di una cartina isobarica fresca di stampa appesa al muro, quella strana figura fatta di tanti cerchi concentrici, e chiese cosa fosse.
-E’ come i vortici che si formano l’estate sui campi dove è stato appena tagliato il grano –rispose Aldo- Li hai mai visti? Solo più grande.
Il ragazzo aveva esperienza di vita in campagna e, si, li aveva visti.
-I diavoletti di polvere!
Era la seconda volta, che Aldo ricordasse, in cui il diavolo veniva associato a quella depressione, non sarebbe stata l’ultima.
Anche lui, da ragazzino, li aveva visti, i diavoli di polvere. Ricordava una volta in cui erano state bruciate delle stoppie in diversi punti di un campo. Si era formato un vortice che, passando su uno di questi falò ormai spenti, si era colorato di grigio per la cenere; poi, uno per uno, muovendosi a zig-zag, era passato su tutti gli altri, ogni volta quasi materializzandosi per la cenere aspirata verso l’alto. Pareva che avesse una sua intelligenza.
Ora Aldo sapeva bene che le cose non stavano così, erano solo fenomeni meccanici quelli in gioco. La cenere aveva una temperatura diversa da quella della terra e così attirava il vortice, il diavoletto. Tuttavia erano stati proprio fenomeni come quello, inspiegabili anche per la sua mente, pur già tanto analitica per essere quella di un ragazzino, a spingerlo a studiare meteorologia, qualche anno dopo, scoprendo che quei diavoletti di polvere erano simili ai terrificanti tornado che potevano devastare interi paesi.
Solo più piccoli: diavoletti, appunto. E allora i tornado? E i grandi cicloni? Cos'erano?
Infine era entrato nell’aeronautica; e, anche se adesso la divisa non la indossava quasi più, c’erano stati dei momenti in cui si era sentito un soldato, fermo al pezzo nel suo avamposto, in perenne attesa di un nemico fatto di nuvole, oppure di troppo sole che bruciava le piante o di imprevedibili lingue di gelo che le congelavano, in mattinate piene di festoni di ghiaccio su gli alberi. Ora qualcosa di quello stato d’animo tornava.
Nelle due settimane successive la situazione si delineò meglio e la depressione, tropical-like cyclone, era il termine preciso, cominciò a formarsi materialmente; ma erano le previsioni per i giorni successivi a mettere preoccupazione, poi paura, poi angoscia e terrore. E panico.
Il Mediterraneo occidentale, molto caldo anche per la stagione pre autunnale, forniva una grandissima quantità di energia, a differenza di certi pseudo uragani che occasionalmente nascono, ogni tanto, anche alle nostre latitudini, il suo cuore era caldo; si formò il tipico occhio, perfettamente visibile. La pressione al suo centro veniva rivista continuamente al ribasso, ma la realtà superava sistematicamente le previsioni. Novecento hettopascal, poi ottocento, poi settecentocinquanta, poi una cosa mai registrata neanche ai Caraibi. Ai suo bordi cadeva copiosa una terribile grandine, a scrosci distruttivi, davanti a se spingeva onde altre decine di metri e nuvole continuamente rinnovate, cariche di fulmini e capaci di scagliare verso il suolo, più che pioggia, vere cascate d’acqua, come un Niagara sospeso nel cielo.
Ciclone Devil, venne chiamato, come se l’uso dell’inglese potesse esorcizzare la realtà di quello che era: un mostro.
Sulle carte ora appariva come una spirale galattica, con braccia protese ad abbracciare e distruggere. La sua rotta, fu subito chiaro, l’avrebbe portata ad attraversare il canale di Sardegna, sfiorando solo le coste delle due isole maggiori, per poi risalire, in una curva ingannevolmente dolce, e schiantarsi, infine, contro le coste tirreniche.
Si pensò di evacuare, da prima, le città marittime, ma si sarebbe dovuta evacuare l’intera penisola italiana, o almeno la sua parte centrale incentrata su Roma, e non c’era modo. La gente fu invitata a stare in casa ed aspettare. Pregando, se credente.
Aldo fu invitato a prendere posto su di un aereo che avrebbe cercato di osservare da vicino l’uragano. Il ruolo che aveva avuto nel delineare l’evoluzione del fenomeno gli procurava ora questo dubbio privilegio.
Devil appariva, visto di fronte, come un muro di nuvole del colore dell’asfalto appena steso, attraversato da lampi continui; al suo interno c'era la notte. Il vento soffiava violentissimo scuotendo l’aereo come se una mano gigantesca cercasse ripetutamente di afferrarlo, lasciando poi che le sfuggisse ogni volta.
Quando riuscirono ad aggirarlo, portandosi alle sue spalle, videro che le acque si erano divise, come il Mar Rosso davanti a Mosè, ma non era stato Dio a fare questo miracolo, stavolta, e non erano gli ebrei in fuga dall'Egitto le creature che camminavano tra i due muri d’acqua, disposte in fitte e regolari schiere come antiche falangi. Enormi ed armate di qualcosa che il pulviscolo d’acqua impediva di distinguere con chiarezza.
-Allucinazioni. -Pensò Aldo. Forse dovute alla pressione dell’ossigeno troppo bassa o a tutti quegli infernali scuotimenti. Poi si girò verso il pilota e, nei suoi occhi sbarrati, vide che anche lui vedeva.
-Ma cosa sono? -Gli strillò il pilota in cuffia.
-Il suo nome è legioni -rispose Aldo, ma l’altro non capì.
Un tentacolo di vento generato dal caos li attirò, attraverso il muro di nuvole, fino al centro, all’occhio del ciclone; là dove dominavano le correnti ascensionali e la pressione era bassissima. Sopra di loro si vedeva il cielo, sotto, su di un’enorme portantina sorretta da migliaia di demoni, c’era Lui che, evidentemente stanco di delegare ad altri il suo lavoro, aveva deciso di scendere in campo di persona. Una vaga luminescenza rossastra lo circondava, frutto dell’intenso calore che dava energia all’intero sistema. Si girò verso di loro e, per un attimo, Aldo poté guardarlo diritto negli occhi.
Se fosse sopravvissuto i suoi capelli sarebbero certamente diventati bianchi ma, la mano invisibile che fino a quel momento era sembrata giocare con loro, finalmente li prese. L’aereo si sbriciolò come un biscotto secco stretto in un pugno.
| inviato da NanniMalpicaNote il 9/11/2010 alle 0:22 | |
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1 novembre 2010
racconto
Era il tiranno cupo e sanguinario di un piccolo stato cupo e sanguinario nel corso di anni cupi e sanguinari, ma, siccome nessuno è realmente cattivo fino in fondo, patrocinava una scuola di canto di cui andava orgoglioso.
Forse il personaggio tristo e vendicativo che interpretava gli era solo imposto dalle circostanze, però lo interpretava con grande convinzione, quando la musica non lo trascinava verso un universo differente.
Nessuno trovava contraddizioni tra l'amore per la musica e la sete di sangue e forse effettivamente contraddizioni non ve ne erano, tuttavia bisogna notare che per la maggior parte della corte l'unica musica accettabile erano le grida dei nemici sgozzati in battaglia, quella cantata era solo una versione delle stesse grida più elaborata e resa, chissà perché, di più difficile comprensione.
Non sappiamo se il re fosse d’accordo con questa interpretazione, probabilmente lui non si poneva domande così complesse, non pare facesse parte del suo carattere istintivo e sensuale.
Il cuore della scuola era un piccolo gruppo di eunuchi, autentici fiori in una macchia di rovi, capaci di armonizzare in modo insolito e sempre variato le vecchie melodie religiose ereditate dai secoli precedenti. Ottenuti in dono dai turchi, in seguito ad una mediazione diplomatica, erano amanti della bellezza, delle arti figurative e persino delle lettere, ma non a tutti erano simpatici.
Il sovrano stesso non li capiva fino in fondo, li ascoltava talvolta discutere e loro, che non erano stupidi, gli lanciavano di tanto in tanto una questione facile facile, su cui esprimere un solenne parere, come si getta un pezzo di carne tenera ad un vecchio cane sdentato.
I nobili, la gente della rozza corte, li detestavano francamente. Non erano in grado di accettare che dei subumani, perché tali li consideravano, fossero portati in palma di mano dal sovrano, mentre le loro auguste persone venivano trascurate.
Da troppo tempo non c'erano guerre, più di due anni, per la precisione, ed i nobili cominciavano a sentirsi superflui. Una sensazione sgradevole, in un ambiente tanto essenziale e spartano, sentirsi un lusso. Furono gli eunuchi della scuola a causare, indirettamente la rovina del re, oltre a rovinare se stessi, ma senza che si potesse addebitare loro alcuna vera colpa.
Ci fu un diverbio, un signorotto che si riteneva una spanna più in alto della media, e vedremo poi perché, tentò di fare lo spiritoso con un cantante e l'altro gli rispose per le rime. Fu uno scontro breve ed impari, l'eunuco era quello in grado di raggiungere le note più acute ed ornare in modo più sorprendente le vecchie canzoni, e altrettanto abile era con la dialettica. Il cortigiano non poté che passare agli insulti e fu greve quanto gli permetteva la sua limitata fantasia. Ottenne una risposta sottile che, senza che lui riuscisse a rendersi ben conto del perché, indusse alle risa l'auditorio.
Colpì l'avversario col pomo della spada ferendolo in faccia, Il cantante lo sfidò a duello e allora fu lui a ridere: la differenza di casta era troppo elevata anche solo per pensare ad un duello.
Venne il re, fino a quel momento assente, e volle informarsi dell'accaduto, non rise. A questo punto il signorotto avrebbe dovuto essere blandamente punito, ma rifiutò di sottostare agli ordini e fuggì, per organizzare una ribellione. Era davvero un duro, e, se di nascita o di vocazione non lo fosse stato, avrebbe dovuto diventarlo.
Perché la sua gente non era dello stesso sangue di quella del re e degli altri cortigiani, il suo accento non era uguale e la sua fedeltà non altrettanto sicura. Il suo sangue si era mischiato con quello degli abitanti di un piccolo borgo che amministrava come feudatario.
Un borgo popolato, si diceva con un certo disprezzo, da zingari che avevano smesso di girovagare ed avevano giurato fedeltà al re del posto. Allevavano animali da macello, da lana e da latte ma non maiali e sembravano effettivamente conservare usanze residue di un passato periodo nomade, anche se nessuno poteva giurare che fossero realmente zingari.
Ne nacquero una serie di scontri che, sebbene non si potessero definire propriamente guerra, soddisfecero per un po' il bisogno di azione della corte. Alcuni altri borghi abbozzarono proteste, ma poi si tirarono indietro per timore delle rappresaglie. Che subirono comunque.
Il signorotto restò presto ucciso, ma la sua gente continuò a combattere contro tutti e contro tutto. Quando il piccolo borgo cadde nessuno dei difensori ricordava più la storia dell'eunuco ma purtroppo per loro il re la ricordava ancora.
I superstiti di sesso maschile, un centinaio di persone, furono condannate alla castrazione, con tutti i conforti della medicina dell'epoca. Poco più di metà sopravvisse.
Il re, nel prendere la sua decisione, aveva pensato, oltre a limitare la proliferazione di un'etnia che non era la sua e di cui non si fidava, ai cavalli, che vengono castrati al fine di renderli più docili, e alla possibilità di alimentare la propria Schola Cantorum. In parte la cosa sembrò funzionare, anche se nessuna voce si aggiunse ai cantanti di corte.
Alcuni degli abitanti del borgo caduto si lasciarono andare, negli anni successivi, ad una vita di passività, mantenuti in vita stentatamente dalle donne. L'errore grave del re fu proprio quello di aver trascurato le donne, oltre le inevitabili violenze che erano seguite allo scontro decisivo.
Avrebbe dovuto insospettire qualcuno il fatto che nessuna delle violentate fosse rimasta incinta, ma, l’arte di collegare fra loro fatti lontani, era piuttosto trascurata, in quei tempi e in quei luoghi.
Cosa avrebbe dovuto dedurre il re? Alcune delle donne erano effettivamente rimaste incinte, ma avevano abortito con mezzi che si tramandavano in segreto da generazioni.
Lo avevano fatto, sacrificando la sopravvivenza almeno parziale e contaminata, del proprio sangue, per concentrare tutte le energie nella ricerca di una vendetta. Alcuni dei superstiti si suicidarono, ma il gruppo più numeroso, ben lontano dall'idea di dedicarsi al bel canto, fu spinto dal rimpianto delle donne, forse più che dal suo proprio, a coltivare tenacemente un velenoso desiderio di ritorsione. Difficile fargli torto, a calarsi nei loro panni, e loro ne ricavarono quasi una religione, una religione crepuscolare.
Senza farsi notare ripresero il posto che era loro prima della sciagurata rivolta, ricominciarono a vendere i loro prodotti ai grossisti di passaggio e riuscirono persino ad ottenere il permesso di aprire un paio di botteghe in città, una per la lana ed una per la carne. Botteghe assai misere e dalla resa insignificante, ma utili ad altri scopi. Furono le basi per organizzare una congiura, naturalmente, una congiura assai accurata.
L'animo di quella gente si era fatto meno irruento, proprio come il re sperava, ma la volontà non era stata particolarmente fiaccata, e dove la volontà dei mariti veniva meno sopperiva quella delle mogli.
Ci vollero parecchi anni per sistemare la cosa, anni durante i quali il tiranno divenne, in sintonia coi tempi, sempre più cupo e sanguinario, timoroso di tutto e di tutti. Molto del suo tempo lo passava, suscitando persino sommessi pettegolezzi, insieme ai membri dell'amata Schola Cantorum, l'unica compagnia che gli sembrasse in grado di vincere la malinconia e tenere Saturno lontano dal suo cielo.
Ma Saturno è un pianeta e, anche se ci mette molto tempo, alla fine, come tutti i pianeti, compie il suo giro e torna. La congiura strinse le sue maglie.
Un giorno il re si spinse fino a informarsi se, tra gli abitanti svirilizzati del borgo sconfitto, qualcuno si fosse deciso ad imparare a cantare.
I suoi emissari tornarono con la descrizione di un posto che non sembrava di questa terra, dove lo sguardo di donne vestite di nero provocava un immediato senso di malessere, un posto di streghe e spiriti maligni, un posto dove il sangue sembrava defluire via dal corpo, risucchiato dal terreno.
Tornarono anche con una ragazza che cantava molto bene. Una ragazza giovane e molto bella, solo che non era una ragazza. Si trattava di un giovane, ma lo sbaglio era comprensibile. Il suo presunto sesso le avrebbe impedito di integrasi tra i cantanti della scuola, tutti maschi, per così dire.
All'epoca della guerra era poco più che un bambino. Evirato ancora imberbe era cresciuto come femmina nell'ambiente pieno di rancore e di sensualità repressa. Una ragazza assai bella che avrebbe potuto sedurre il tiranno. Si decise di aggiungere questa possibilità alla congiura già in fase di realizzazione: al momento due guardie del corpo erano state corrotte col denaro ma volevano la sicurezza di una via di uscita prima di agire.
Ora avrebbero formato una seconda linea di attacco se la prima fosse fallita. Tutto sembrava andare bene: il re rise nel sentir cantare la ragazza, il timbro era buono ma la conoscenza dell'armonia non all'altezza dei suoi eunuchi favoriti.
Però era bella, e non c'erano dubbi che fosse disponibile. Ci sarebbe mancato altro!
Bevvero e mangiarono in privato, il giovane era incantato dalla situazione. La sua istruzione consisteva soprattutto in odio e desiderio di vendetta, ma quel posto gli sembrava il paradiso ed il tiranno, senza che fosse cosciente minimamente della cosa o che lo ritenesse necessario, lo stava seducendo. Venne il momento per cui era stato addestrato, subito prima che le mani del re cominciassero ad avventurarsi per zone che era opportuno ignorassero. Il giovane estrasse il suo stiletto avvelenato, ma poi ebbe un attimo di esitazione. Per la prima volta si trovava in compagnia di un uomo vero che lo accarezzava, qualcosa di imprevisto gli si scatenava dentro, un languore mortale rallentò la sua mano. Passò il pugnale lungo le costole dell'amante ma non lo affondò.
Gli sembrava che ci fosse stato un errore nella distribuzione delle parti: com’era possibile che quell'uomo maestoso, dal vello grigio sul petto, fosse la vittima e lui stesso, così esile e indifeso, il carnefice? Lo stiletto gli scottava le dita.
Il re vide la lama, si accorse di quanto stava succedendo e urlò per chiamare le guardie. Voleva che tenessero ferma la presunta bella recalcitrante. Era eccitato, ormai non gli capitava più tanto spesso e non si sarebbe lasciato distrarre da una cosa così banale come un tentato regicidio. Le guardie erano quelle coinvolte nella congiura, si consultarono con uno sguardo e poi lo uccisero, l'assassino designato urlò e le guardie uccisero anche lui.
Si erano rese conto del pericolo che correvano se fossero state accusate del delitto, molto meglio lasciar credere di aver sorpreso l'assassino ed averlo spacciato subito dopo.
Il potere passò nelle mani del fratello del re, un uomo cupo e sanguinario quanto il tiranno morto se non di più. Il nuovo tiranno, per prima cosa, fece giustiziare le guardie per aver mancato al loro compito, ma prima le sottopose a tortura e scoperse quanto bastava della congiura dei capponi, come, con la finezza che gli è propria, lo spirito popolare ebbe poi a tramandare la vicenda.
Praticamente fu il secondo ordine del suo regno: le donne del borgo sarebbero state bruciate come streghe e tutti gli eunuchi del paese passati per le armi. Non era gente di cui ci si potesse fidare, questo era ormai evidente. I primi a cadere, sotto i colpi del boia, furono i castrati della Schola Cantorum, che al nuovo re non erano mai stati simpatici.
Salirono sul patibolo cantando. Cantavano stupendamente, come se bussassero al cielo con la voce, e forse il vecchio re si commosse nella tomba, ma, suo fratello, a quella musica era completamente sordo.
| inviato da NanniMalpicaNote il 1/11/2010 alle 13:17 | |
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26 ottobre 2010
Versi
Il Sinestesiarca
Vide qualcosa di ruvido
Annusò la limpidezza dell’acqua
Toccò qualcosa di acido
Ascoltò la pesantezza del piombo.
Era sospeso in cristalli
Di cui vibrava il reticolo
Come un prurito o il solletico
Dei colori di molte farfalle.
Sentiva il sapore dei ciondoli
Sonanti di opale e granato.
Ecco, ora è al centro del mondo
Laddove convengono i sensi
Le corde di mille campane
Che odorano, suonano splendono
Che graffiano o sanno di cenere.
E tutto comincia a confondersi
Nel senso supremo del nulla.
In cui ogni senso svanisce.
| inviato da NanniMalpicaNote il 26/10/2010 alle 5:27 | |
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18 ottobre 2010
Racconto
C’erano stati uomini a cavallo, veloci, donne vestite di veli e diabolicamente seducenti, enormi mostruosi animali, quando ancora poteva vedere ed il sole illuminava il suo cammino. C'era stato un uomo imponente, vestito di nero e d'oro, con un alto cappello e un sorriso beffardo; l’ultima cosa che ricordasse di aver guardato e visto. Doveva essere un mago, cos’altro se no?
E ora non vedeva più, si sentiva perduto come mai gli era successo prima. Il mago l’aveva catturato, ma di che razza di mago si trattava?
Ne era rimasta solo la voce, insieme sonora ed insinuante. Una strana combinazione.
Pareva trattarsi d’una sorta di sfinge, lo stava sottoponendo ad una prova. La cosa più importante sembrava riuscire a capire di che tipo di prova si trattasse; prima ancora del premio o delle punizioni che potevano toccargli, a seconda di come fosse andata a finire.
Aguzzò l’udito, l’unico senso rimasto a sua disposizione, oltre a quello che gli suggeriva in che posizione fosse il suo corpo.
L’olfatto? No, non sapeva cosa farsene dell’olfatto. Nessun aroma di cibo o di morte arrivava a raggiungere il suo inutile naso.
“Non ti muovere -aveva detto la voce- Per il tuo bene.” E questo non sembrava promettente. Ascoltò ancora il silenzio, un silenzio tutto particolare, diverso da ogni silenzio che avesse mai ascoltato. Non che avesse mai passato molto tempo ad ascoltare il silenzio, però.
“Dove sono -chiese.
“Risponditi da solo -gli intimò la voce del mago.
Arrivavano delle eco, lontane. Era quasi come vedere, si sentì un pipistrello. O forse un delfino, coi suoi ticchettii acuti che delimitano lo spazio? No, proprio un pipistrello. Si domandò perché e la risposta arrivò accompagnata da un brivido di orrore: era sospeso in aria.
Anzi, no, i suoi piedi erano poggiati su qualcosa di solido. Una piattaforma, piccola, collocata molto in alto. Venti metri, forse di più. Sotto cosa c’era? Emise un fischio, il mago rise, subitaneamente, nulla gli ritornò del fischio, l'oscena risata non era sfumata da aloni. Eppure non gli sembrava di essere in un luogo aperto.
“Faresti meglio a tentare con uno schiocco -disse la voce. Suonava leggermente spettrale.
Il suo udito sembrava farsi ogni momento più sensibile. Imparava.
Gli tornò un’immagine: un cerchio. Sollevato di un paio di metri da terra, proprio sotto e davanti a lui. Come l’imboccatura di un grosso pozzo, chiuso da una lastra di vetro.
“Sei sicuro che sia vetro? -Gli chiese il mago.
No, non ne era sicuro, si sforzò di capire. Liscio come il vetro... Liscio come... l’acqua immobile. Ecco cos’era! Giustamente, un pozzo contiene acqua. Restava il problema dell’ambiente in cui si trovava. Continuava a non suonare come uno spazio aperto, e tuttavia non tornavano le eco di un luogo chiuso... Di cosa erano fatte le pareti lontane?
Teli, teli che smorzavano i suoni. Un enorme ambiente semicircolare formato da grandi teli. Ora gli sembrava davvero di vedere... Lunghi cavi attraversavano lo spazio come i sibili di gigantesche fruste, rifiniture in ottone vibravano come lievi diapason e la polvere che si sollevava dal suolo era un crepitio elettrico ed incostante. Mancava solo il colore, poteva farne a meno. Sapeva dov’era, ora.
“So dove sono! -disse compiaciuto- Sono sotto il tendone di un circo!” “Perfetto. -Gridò il mago ancora più compiaciuto di lui, stavolta con una stentorea voce da imbonitore- Allora adesso -pausa- salta!” Gli sembrò di sentire addirittura il rumore delle mani che trattenevano gli applausi.
| inviato da NanniMalpicaNote il 18/10/2010 alle 23:42 | |
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