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  NanniMalpicaNote [ Un blog di appunti ]
         

Questo è un blog sui generis... Non è un diario e le cose scritte non seguono alcun ordine cronologico. Non si occupa di cronaca o di critica, non contiene links a sostegno ci ciò che vi è pubblicato. E' un occhio verso un interno, ma in questo interno ci sono solo specchi che riflettono, rifrangono e deformano quello che ricevano attraverso una specie di foro stenopeico. Si può leggere come si vuole, quindi, nell'ordine che si preferisce, visto che l'autore non fornisce alcun ordine precostituito.



28 gennaio 2010

Ricordi Remoti



A Villa Ada ci sdraiammo sul prato, avevamo tutti tra i diciassette ed i vent’anni. C’erano sicuramente una Donatella ed una Carla, un paio di Riccardi, forse unaTiziana ed un Massimo. C’ero anch’io, naturalmente. Formammo una specie di cerchio, ciascuno con la testa sulla pancia di un altro. Suppongo avessimo fumato qualcosa, non saprei bene dire cosa. Doveva essere tarda primavera, altrimenti l’erba sarebbe stata umida ed il terreno freddo. Sopra le nostre teste dei pini marittimi spelacchiati, nessuno in giro. Qualcuno ridacchio, presto tutti ridevamo, cercammo di darci un contegno e smettere. Fu a questo punto che successe una cosa davvero buffa. Senza consultarci e metterci d’accordo la prendemmo a sfida: non dovevamo ridere, ma bastava che qualcuno ridacchiasse senza voce perché la sua pancia sobbalzasse. Avere la testa su di una pancia che sobbalza e sforzarsi di non ridere è una cosa che proprio non si può fare, e la tua pancia, come minimo, sobbalza a sua volta.Si innesco un’onda rotatoria di sobbalzamenti di pancia. Potevi contare il tempo che passava tra un onda e l’altra, poi questa si amplificava e, dopo un po’, tutti ridevano come matti. Subito ci sforzavamo di smettere. Poi la pancia di qualcuno, da qualche parte del cerchio, sobbalzava lievemente, e l’onda ricominciava. Passammo così il pomeriggio.





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27 dicembre 2009

La cucina vista da un alieno

 

LE POLPETTE



Innanzi tutto si prendono tessuti, per lo più muscolari e grassi, provenienti da un grosso erbivoro locale, ridotti a frammenti.
Li si mescola con materiale, detto pane, derivato da semi ricchi di amido, macinati, idrati, sottoposti a fermentazione batterica e successivamente cotti in modo che i gas liberati dal processo di fermentazione lo rendano spugnoso. A questo punto, prima di mescolarlo con i tessuti animali, lo si reidrata nuovamente.

All’impasto ottenuto si mescolano una serie di sostanze le più diverse tra loro: un essudato animale originariamente destinato alla nutrizione della prole, a sua volta sottoposto a degradazione batterica e lentamente deidratato tramite stagionatura (formaggio parmigiano), sostanze aromatiche di origine vegetale, in particolare una struttura di riserva di una pianta erbacea ricca di composti solforati (detta aglio) ed un grosso seme aromatico ridotto in polvere (noce moscata) oltre al risultato della macinatura di una bacca disseccata contenente sostanze irritanti (pepe).

Si aggiunge una struttura riproduttiva di origine aviaria (uovo) ricca di albumina e proteine, una certa quantità di cloruro di sodio e si mescola il tutto fino a renderlo grossolanamente omogeneo.

Si divide l’impasto in porzioni di pochi grammi l’una, dando a ciascuna porzione una forma grossolanamente arrotondata, per poi ricoprirle di una polvere analoga alla sostanza detta "pane" ma sottoposta ad una deidratazione termica più spinta che la renda fragile e facile alla frantumazione.

Si collocano le suddette porzioni in un apposito recipiente unto di un derivato vegetale ricco di lipidi (olio), in modo che siano vicine ma non a contatto l’una con l’altra, quindi le si pone in un ambiente la cui temperatura deve essere all’incirca doppia, o meglio due volte e mezza, quella di fusione dell’acqua.

Le si lascia in quest’ambiente fino a che non sono avvenute tutta una serie di reazioni chimiche, in particolare la coagulazione dell'albumina e la denaturazione della componente proteica. E’ ritenuto importante che si verifichi, nella parte esterna delle porzioni, la cosiddetta "reazione di Maillard", con denaturazione spinta delle proteine che da al prodotto finale una coloritura scura, liberando tutta una serie di composti aromatici.

Si toglie, con molta precauzione, il contenitore dall’ambiente sovrariscaldato, si aspetta che il prodotto si raffreddi e lo si consuma. Generalmente accompagnato con complessi elaborati di origine vegetale e alternandone l’assunzione con liquidi contenenti una certa percentuale di alcol etilico e glucidi.

Nota bene: si tratta di un alimento considerato di preparazione facile, se non banale!

 




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20 dicembre 2009

Vignetta




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18 dicembre 2009

Racconto





Le dissero che si sarebbe ammalata, si proccupò. Presto capì che la sua malattia sarebbe stata un cancro e si preoccupò ancora di più. Andò dal regista.
«Vogliono farmi fuori? - Chiese - Ho il contratto che scade a fine anno. Tu cosa ne sai?
«Niente. - Rispose il regista - Vedrai che guarirai.
Ma non si tranquillizzò. Il suo stato di salute peggiorava puntata dopo puntata. Oramai aveva perso i capelli ed era stata costretta a dimagrire. Ne parlò con gli sceneggiatori, non le dissero nulla di decisivo. Forse le nascondevano pietosamente la verità. Provò a parlarne con il direttore di produzione.
«Perché debbo morire? - Gli chiese - Ho sempre fatto bene il mio lavoro.
« Non ci pensare - Lo tranquillizzò quello - Vedrai che te la caverai.
Ma lei insistette. Non volevano rinnovarle il contratto? Perché? Il dirigente fece le prime ammissioni, c’erano stati dei tagli ed il budget doveva essere ridimensionato, ma non era detto che toccasse a lei. Un incidente improvviso poteva capitare a chiunque.
Non si convinse, sapeva che, in questi casi, le lunghe malattie erano preferite. Gli spettatori si abituavano gradualmente al fatto che un personaggio dovesse uscire di scena. Ci sarebbe stata probabilmente una pausa nella programmazione all’inizio del nuovo anno e, alla ripresa, lei non ci sarebbe stata più. Si sentiva male all’idea, non voleva morire.
Si sforzò di apparire il più simpatica possibile, in modo da rendersi indispensabile. Perché, alla fine, toccasse a qualcun’altro quella cosa orribile. Non funzionò, al contrario, la sua malattia si aggravò al punto che una remissione sembrava sempre meno credibile.
Aveva bisogno di soldi, s’era comprata una casa al di sopra delle sue possibilità, caricandosi di un forte mutuo. Se non fosse riuscito a pagarlo avrebbe perso tutto e si sarebbe trovata per strada, praticamente avrebbe cessato di esistere. Che le importava, se doveva morire?
Oh, le importava, eccome!
Provò a spiegarlo ai dirigenti, cuori di pietra, quelli. Continuavano a dirle: vedrai che guarisci. Ma non ci credeva più, ormai. Era ridotta troppo male. Tra maschere d’ossigeno, cateteri e coperte lei non si vedeva quasi e non poteva parlare. Rischiava che la sostituissero con un manichino.
Pietosamente uno degli sceneggiatori inserì qualche flashback, in modo da permetterle di restare attiva. Si sentì un fantasma.
Cercò di trovare qualche ingaggio nella pubblicità, ma nessuno voleva una moribonda in uno spot. La evitavano come se portasse sfortuna. Le disserò di tornare quando fosse stata dimenticata, allora forse avrebbero pensato a qualcosa. Era difficile: la sua morte stava appassionando milioni di persone. Temette di cominciare a dar fuori di testa.
Venne il giorno dell’ultima puntata dell’anno, prese il copione e pianse. I suoi amici le stavano tutt’intorno compunti. Il rumore pulsante dell’elettrocardiografo si trasformò in un sibilo, un dottore dichiarò l’ora della morte.
La portarono in un frigorifero pieno di corpi morti e la dimenticarono là.





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8 dicembre 2009

Diario





Oggi mi sono dedicato alla combustione delle spotature d'olivo. Ce n'erano diversi cumuli di varia grandezza, solo in parte già divisi in rami grossi da conservare per il camino e minutaglia fogliare.
Siccome i cumuli erano tutt'allora in prossimità delle piante d'origine ho preso la carriola per spostar frasche da una parte ad un'altra più faorevole ed isolata. Ci sono state delle conseguenze impreviste.
Non parlo della gatta Zazie che ha subitaneamente deciso che la carriola vuota era più adatta al suo acciambellamento personale che al trasporto ramaglie. Poco male, a mano si lavorava più in fretta.
E neanche va considerata del tutto imprevista la pioggia sottile che, a tratti, ha ostacolato la mia neroniana opera. Un volta formatasi un po' di bracia il fuoco ha continuato a bruciare anche sotto la lieve pioggia, ruggendo ogni volta che gli fornivo nuova materia da divorare.
Piuttosto, inaspettato è stato un suonare di clackson, non si trattava dei temuti vigili urbani, sul cui ozio in giornata festiva facevo solido affidamento. Era il tizio che cura la tenuta accanto alla mia che mi chiamava da un suv, in compagnia di un rumeno, come più tardi accertai. Voleva le mie frasche per le sue capre. Non per i suoi cavalli, come lo avevo inizialmente frainteso, che i cavalli non mangiano rami d'olivo. Essi sono pacifici per natura, o almeno così si dice. Non sempre è vero.
Le capre invece si, le foglie d'olivo le mangiano. Come praticamente qualsiasi cosa abbia origine vegetale. Strani animali dallo strano sguardo sinistro, le capre. Pure intrinsecamente meno cattive di quanto quel loro sguardo faccia credere. Anche se con una vena di satanico sarcasmo sempre pronta a rivelarsi.
Non ci sono capre nelle vicinanze del mio giardino, esse stanno sgli appennini. Quelle che avrebbero usufruito dei frutti del mio potare, intendo. Perché prontamente accettai. E smisi di trascinar ramaglie al rogo.
Più tardi, quando ogni fiamma s'era ormai smorzata ed io stavo accingendomi ad un altamente meritato sonnellino pomeridiano, l'individuo si ripresentò, suonando il campanello. Aveva mutato il suv in un van ed aveva raddoppiato i rumeni, criticandoli insistentemente per la loro indolenza.
In un trequarti d'ora aveva caricato, sempre criticando i rumeni e lodando la mia abilità potatoria (superiore, a suo dire, a quella dei rumeni) una parte considerevole del materiale richiesto. Non tutto perché troppo relativamente alla capacità del van, già in parte carico.
Ma ancora non è questa la notizia veramente interessante della giornata. Gli è che Mary, la mia consorte, si era intromessa nel nostro conversare ed operare (Ah, ma quanto sono pigri i rumeni!), segnalando che c'era molta erba alta e che sarebbe stato interesse comune tra noi ed un cavallo che quest'ultimo la mangiasse.
Così domani, secondo il promesso, l'uomo verrà, aprirà un varco nella rete, e spingerà dalla nostra parte un cavallo. O meglio: una, a suo dire docile, cavalla.
Domani avrò un cavallo, quindi. In leasing, anzi: in comodato gratuito.
M si dice che potrei anche cavalcarlo. Avendo una sella e dei finimenti, naturalmente. Che non ho, quindi mi limiterò a fantasticare di trottate e galoppate selvaggie.
Seguirà rapporto sugli sviluppi della cosa con, spero, annesso materiale iconografico.





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4 dicembre 2009

Riflessione

Spesso, dato l’ambiente in cui ci troviamo ad operare, si sentono porre domande a proposito della virtualità o della realtà di un determinato evento. Noialtri che diffidiamo delle antinomie riteniamo si tratti di domande mal poste.
Ogni cosa sembra avere una componente reale ed una componente virtuale. La mente è un teatro in cui si svolgono, in maniera virtuale, avvenimenti che sono il riflesso o isomorfismi di eventi reali.
Essendo il modo proprio in cui percepiamo la realtà, e non essendocene dati altri, ne consegue che qualsiasi cosa si presenti alla nostra attenzione vada considerata come virtuale. Viceversa la memoria di un computer è composta di cariche, positive e negative, disposte in determinate sequenze. Queste cariche sono fatte di elettroni e buche, cioè di oggetti assolutamente reali.
Nello stesso modo non si possono considerare i neuroni del nostro cervello, ed il loro stato di eccitazione o di quiete, che come oggetti, o fatti reali. E’ solo la cronica inadeguatezza del nostro linguaggio a spingerci a chiamare un evento reale piuttosto che virtuale.
L’incapacità di percepire, e comunicare, un evento nella sua interezza. Se di questo evento ci interessa la componente reale, a prescindere da tutti gli aspetti virtuali che contiene, noi lo definiamo tale.
Quando, viceversa, ce ne interessa la componente virtuale, a prescindere dall’insieme di cose reali che ne sono alla base, moto di elettroni, stati neuronali, fotoni in spostamento alla velocità della luce, carta, inchiostro e quant’altro, allora lo chiamiamo virtuale.
E’ possibile che esista un evento interamente reale o interamento virtuale? La domanda posta da un noto koan zen ci offre una possibile risposta: un albero che cade in una foresta senza che nessuno lo sappia è un evento esclusivamente reale, se è caduto davvero. Senza, naturalmente, che noi se ne abbia conoscenza.
Se invece l’albero non è caduto siamo di fronte, per modo di dire, ad un evento esclusivamente virtuale. A patto che non ci si rifletta sopra.

Come nella fisica quantistica è l’osservatore a determinare lo stato di un evento. Però nella fisica quantistica l’osservatore fa precipitare la funzione d’onda, dalla molteplice potenzialità di stati si arriva all’unico che alla fine osserviamo. Al contrario, nel contesto di cui ci stiamo occupando, l’osservare un evento ne complica lo stato: dalla pura virtualità o realtà si passa inevitabilmente alla mescolanza delle due cose.
Non è curioso?




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1 dicembre 2009

Paleontologia


Molto è cambiato nella rappresentazione dei dinosauri, nel corso del tempo.
Quando si era convinti che fossero rettili grosso modo paragonabili a quelli moderni c'erano le squame ed un aspetto generalmente lucertolesco, poi, considerazioni riguardanti le loro dimensioni, li avevano trasformati in creature torpide e stupide, dall’andatura pesante. Oggi che se ne è appurata la parentela con gli uccelli, il loro aspetto è cambiato ancora, sono comparse le penne e, le piume. Addirittura si disegna la bocca in colore diverso per simulare un becco, anche quando si tratta di specie che sicuramente un becco non ce l’avevano.
Sono forzature, in tutti i casi. Come fossero i dinosauri realmente ancora non lo sappiamo.
Di recente ho letto un libro di un cladista, "Tempo profondo" di Henry Gee. I cladisti sono una corrente radicale della biologia sistematica, per i quali il corrente sistema di classi, sottoclassi, famiglie generi e quant'altro, è completamente da buttare, esistono solo le cladi ed i cladogrammi che raggruppano le specie animali a seconda della loro affinità, senza preoccuparsi, in linea di principio, di chi discenda da chi: l'ascendente comune tra due specie differenti è semplicemente un "nodo" di cui mai nulla sappiamo e nulla sapremo mai.
Proprio per questo motivo Gee butta lì un'idea interessantissima, ma per lui solo un esempio di quante teorie alternative si possano costruire basandosi sui fossili.
Siccome i fossili di Arcaeopteryx risalgono a centocinquanta milioni di anni fa, e quelli del più antico vero uccello conosciuto (Confuciosornis, mi pare) sono solo di poco più recenti, mentre i dromeosauridi, ritenuti i più stretti parenti rettiliani degli uccelli, sono di ben ottanta milioni di anni più recenti, allora di potrebbe forse invertire l'affermazione secondo cui i gli uccelli discendono dai dinosauri e sostenere che siano i dinosauri a discendere dagli uccelli.
Secondo questa ipotesi, puramente speculativa, tra i dinosauri teropodi ci sarebbe stato un gruppo di animali piumati che avrebbe acquisito la capacità di volare, tra questi alcuni l'avrebbero successivamente persa, come hesperornis (ricostruito spesso come una specie di pinguino) e come è successo a molte specie di uccelli in epoca successiva, vedi gli struzzi o i recentemente estinti uccelli del terrore (forusracidi).
Da animali di questo tipo si sarebbero successivamente evoluti i dromeosauridi e forse, addirittura, altri teropodi molto grandi e noti, come i tirannosauri.
L'attitudine al volo potrebbe essere stata persa e poi acquisita di nuovo ripetutamente.
In altre parole gli uccelli non costituirebbero una "clade propria" (una clade propria è fatta da tutti e solo i discendenti di un particolare nodo) separata da quella dei dinosauri.
Il caso ha voluto che la catastrofe del cretaceo lasciasse sopravvivere solo uccelli (o dinosauri) privi di coda e dotati di becco ma, siccome alcuni dei generi attualmente viventi di uccelli sono molto antichi, non possiamo nemmeno escludere che alcuni di questi generi siano imparentati coi dinosauri più di altri.
Siamo abituati a considerare gli uccelli come una classe, definendola in base ai suoi adattamenti al volo. Ma il volo pone dei vincoli evolutivi molto stretti, il che fa si che tutti gli uccelli si assomiglino tra loro. Ogni qual volta una specie di uccelli abbandona il volo questi vincoli vengono meno, e le conseguenze evolutive diventano imprevedibili.
I dinosauri non si sono affatto estinti, date tempo al tempo e potrebbero tornare. Già gli scheletri dei forusracidi assomigliano incredibilmente a quelli dei grandi teropodi come il tirannosauro. Per nostra sfortuna (o fortuna?) si sono estinti poche decine di migliaia di anni fa. Ma nulla esclude che si possano fare, in futuro, nuovi tentativi.





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17 novembre 2009

Racconto

Avevo appena terminato di cenare, la mia solita cena da molti anni a questa parte, la cena monotona di un solitario abituale: pasta al burro ed una fettina di vitello in padella. Se fosse stato un giorno festivo forse mi sarei concesso qualcosa di più, ma non avevo la fantasia di variare i miei pasti più di tanto.
Cosa mi importava, ormai? Usavo, per lessare la pasta, una pentola di quelle con il cestello, che lasciavo nel lavandino per svuotarla sul piatto e le posate al momento di sciacquarli. Lo feci, poi premetti il pomello che comandava il tappo dello scarico, ma l’acqua questa volta non scese.
Fu quasi una piacevole novità. Tolsi il piatto e le due posate utilizzate e, con lo sturalavandini, tentai di venire a capo dell’intoppo. Dallo scarico fuoriuscì qualcosa e l’acqua fluì via lentamente.
Toccai la massa di filamenti che occludevano il tubo, mi sembrarono capelli, ma io sono calvo, da dove potevano provenire? Li afferrai e tirai con delicata decisione, perché non si spezzassero, ma parevano robusti.
Il lavandino si riempì di questi capelli, di un bel rosso vivace. Tanti capelli, un’enorme massa di capelli che finì per riempire il lavandino. E dietro i capelli qualcosa d’altro: una testa. Come poteva una testa di dimensioni normali passare per un tubo di piccolo calibro?
Pareva si dilatasse man mano che veniva fuori e, dietro la testa, un corpo, un corpo che pareva di gomma, il corpo di una bambola gonfiabile, forse, che però sorrideva e si muoveva. Un corpo splendido, abbondante nelle curve, sormontato da un viso malizioso, con occhi verdi e due labbra che parevano dei pomodorini molto maturi.
Non indossava vestiti, si sarebbero certamente lacerati e sarebbero rimasti indietro nella risalita lungo i tubi.
Ci abbracciammo senz’altro, e subito fummo una cosa sola. Pareva non avere ossa eppure era ben soda. Il suo fiato aveva un lieve aroma di detersivo al limone, le sue chiappe, al tatto, avevano la morbida tessitura della carta igienica di migliore qualità.
Non appena fui costretto ad una fisiologica pausa lei si mise seduta sul pavimento della cucina dove avevamo consumato il nostro amplesso e mi sorrise. Poi si alzò e fece un passo verso lo sportelletto sotto al lavandino. Ne estrasse una bottiglia di acido disgorgante e, prima che potessi fermarla, lo bevve.
Urlai per l’orrore, la vidi sciogliersi rapidamente in una massa vischiosa da cui emergevano, schioccando, bollicine di gas. Presto non rimase altro che un’orrida mescolanza di liquidi verdastri e grigi, infettati da filamenti che parevano alghe, sparsa su tutto il pavimento. Solo l’incredibile massa di capelli era ancora intatta, ma cominciava già a perdere la vivacità del suo colore.
Immersi le mani in quell'obbrobrio, per raccoglierli, e piansi. Piansi come non facevo più da molti anni. Un pianto liberatorio, catartico, qualcosa si era disgorgato dentro di me.
Un ammasso nel petto di cui non mi ero mai reso conto si andava disciogliendo. Il giorno dopo avrei chiamato una ditta di pulizie.




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13 ottobre 2009

Giordano Bruno


Di recente, un articolo su Le Scienze, mi ha costretto a rivedere, se non a ribaltare, l'idea che l'eliocentrismo, con la rimozione che comportava della terra dal centro dell'Universo e con la conseguente ideaa bruniana che esistesse un'infinità di mondi abitati, fosse vista come uno svilimento dell'umanità e del suo rapporto privilegiato con Dio.

Quest'idea sarebbe nata in realtà nel seicento, nientepopodimeno che con Cyrano de Bergerac, il quale, oltre ad essere il protagonista dell'omonima commedia di Rostand, è stato un personaggio storico, scrittore e drammaturgo.

E si sarebbe poi diffusa nei secoli successivi. All'epoca di Copernico, di Bruno e di Galileo la posizione della terra era vista non tanto come al centro, quanto come in basso, dove il termine "basso" ne rimarca l'infimità.

Ciò che era nobile stava in alto, fin dai tempi almeno di Platone, in basso c'era l'imperfezione, la lurida materia. Tanto che, al di sotto della terra, c'è solo l'inferno. E la Commedia di Dante comincia con lo sprofondamento nella miseria dell'inferno e prosegue poi con la progressiva ascesa verso la purezza del cielo.

Insomma, la visione dell'universo come una sfera, di cui la terra può occupare (o non occupare) il centro è tutta moderna. Nella loro visione, gli antichi, anche se la consapevolezza della sfericità della terra era diffusa, almeno a livello cosciente, continuavano a considerare la terra come piatta ed occupante l'intero piano inferiore dell'universo stesso. Una posizione tutt'altro che privilegiata.

Così la colpa di Giordano Bruno fu, non tanto quella di aver denigrato la posizione della terra, esiliandola in un luogo "qualunque" dello spazio, quanto quella di aver infangato i cieli, insinuando che non ci fosse poi chissà quale differenza, tra lo stare sotto e lo stare sopra.

Certo, il rapporto privilegiato tra Dio ed i suoi unici, per quanto degenerati, figli, andava a farsi benedire, ma non fu probabilmente questo il motivo reale della sua condanna. Il fatto è che Bruno si era speso in prima persona cercando di favorire un accordo tra i cattolici francesi ed i cristiani, non più cattolici, inglesi. Questo avrebbe spostato il baricentro della cristianità, sminuendo l'importanza del Vescovato di Roma.

Cosa enormemente più grave che spostare il baricentro dell'universo.




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10 ottobre 2009

Autoanalisi

 A Ponza, non essendomi portato dietro lo spazzolino da denti, una delle prime cose che ho fatto, appena sbarcato, è stato entrare in un negozio e comprarmi spazzolino e dentifricio.
Di norma cerco sempre spazzolini classificati come "duri", ma difficilmente li trovo. La gente vuole quelli morbidi, tutt'al più medi, e il mercato si adegua. Questa volta non ho neanche controllato di che spazzolino si trattasse, ne ho scelto uno dalla forma molto semplice, spartana, senza particolari caratteristiche o options. Uno spazzolino basico e, sorpresa, al momento di usarlo ho scoperto che era durissimo, quasi fil di ferro. Così me lo sono riportato a Roma come un oggetto prezioso.
Adesso, quando mi lavo i denti le mie gengive sanguinano abbondantemente. Ed io sono soddisfatto, perché adoro sanguinare.
"Che razza di perversione è mai questa -direte. Eppure è così. Mi piace vedere il sangue che fuoriesce da me. Non sono mai arrivato a procurarmi tagli deliberatamente, però mi strappo le crosticine dei graffi, sperando che almeno qualche goccia fuoriesca.
Cosa ci può essere dietro? Forse una specie di versione maschile dell'invidia del pene, consistente nell'inviare il flusso mestruale femminile?
Chissà, mai mi sono sottoposto a psicanalisi, ma forse varrebbe la pena, almeno per questo specifico caso.




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